Ho imparato presto a prendere il treno. Mia mamma me lo insegnò la prima volta che andammo insieme “dal nonno Franco”. «Se ti perdi vieni al binario. E il binario lo trovi qui» mi diceva indicando l’enorme tabellone giallognolo con gli orari di partenza.

Per tutta la mia infanzia, tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta, ho passato le mie estati a San Giovanni Rotondo, nell’enorme casa dei miei nonni materni. Quei tre mesi splendidi erano scanditi da rituali incessanti e continui, immersi in un’atmosfera dove il sacro non era un concetto astratto, ma un vicino di casa. La storia della mia famiglia si era intrecciata indissolubilmente con quella di Padre Pio: una devozione quotidiana che ha unito il destino dei miei nonni a quello di un luogo che accoglieva le speranze del mondo.

Il ricordo più dolce di quelle estati è quell’enorme casa e quell’immenso terrazzo da cui si dominava il paesaggio, illuminato all’alba dal sole che faceva capolino dietro l’insegna dell’Hotel California. Non sono mai entrato in quell’hotel, che guardavo ogni giorno dal mio punto di osservazione privilegiato.

Non saremmo mai stati più felici di così, ma non lo sapevamo.

Tutto ciò che mi serviva era racchiuso tra quelle pareti: le foto di famiglia segnano il tempo meglio di qualsiasi orologio. C’è la prima, dove ci sono solo io, il primo nipote, piccolo esploratore di un regno appena fondato. E poi via via le altre, un affollarsi di volti, sorrisi e generazioni, fino all’ultima, scattata pochi mesi prima che mia nonna ci lasciasse.

Con la sua scomparsa, l’eco di quei rituali si è spento. Oggi la casa si è svuotata. Le stanze che un tempo vibravano di voci e preghiere ora ospitano solo il silenzio e la polvere che danza nella luce che ancora entra dal terrazzo. Non c’è più nessuno, se non lo sguardo di chi, attraverso l’obiettivo, cerca di ritrovare quel binario che portava dritto alla felicità delle estati interrotte.

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1a Edizione – 50 copie