Il 24 maggio 1915 l’Italia entra nel primo conflitto mondiale. Una carneficina che costerà seicentocinquantamila morti tra i militari, e quasi altrettanti tra la popolazione civile. Moltissimi caddero sul fronte Dolomitico, nella serie di battaglie che insaguinarono uno dei luoghi più belli del mondo, oggi Patrimonio Unesco, sulla scia di un’idea militare obsoleta che mirava alla conquista delle cime per controllare le valli, una tattica che costò la disfatta più eclatante della storia italiana, quella di Caporetto.
A cento anni da quel tragico evento, nell’ottobre del 2017, ho iniziato la documentazione del fronte dolomitico.
La strada che Rommel percorse con le sue armate durante quella che fu la più straordinaria operazione militare austro-tedesca, è visibile dal coronamento della diga del Vajont. E poi boschi, trincee, postazioni oggi divenute museo a cielo aperto oppure completamente abbandonate all’incuria del tempo. Ognuno di questi luoghi racconta, dietro un turismo ormai fuori controllo, storie di sofferenze indicibili, di fatica, freddo e morte.
Così la Dolòmia, la roccia calcarea che caratterizza geologicamente queste montagne, assorbendo questi tragici eventi diventa Dolomìa: un sussurro, un lamento, un canto di dolore che permane in queste terre, a cento anni dalla fine di quelle atrocità.
