Io e la fotografia abbiamo litigato per moltissimi anni. Ma ci abbiamo messo un centoventicinquesimo di secondo a fare pace. In una giornata nuvolosa, dall’alto di un promontorio a strapiombo sulla Val di Gresta, lei ha lanciato una piccola palla di neve lungo il pendio della mia vita, trasformandola in valanga che non ho potuto fermare.

Per più di un anno ho fotografato il fronte trentino, a cent’anni dalla fine della prima guerra mondiale. Percorrendo il vecchio confine a partire dall’alto Garda fino all’Altopiano di Folgaria, ho assecondato la necessità di raccontare questi luoghi tormentati.

Lo sguardo spazia verso le vallate, incespicando nelle nuvole che coprono l’orizzonte. Oppure serpeggia all’interno delle trincee, attorno alle quali i boschi si stanno riprendendo lo spazio che gli fu portato via un secolo fa. Le radici modificano, lentamente ma incessantemente, la topografia di questi tagli, mai del tutto rimarginati. Ferite che segnano ancora oggi queste terre, contaminate per sempre dall’orrore di una guerra che ridefinì l’umanità.

Nessuno è stato dimenticato – mi ha detto un cappellano degli alpini incontrato sul Monte Maggio – un concetto che chiarisce il senso del mio lavoro; quel ripercorrere e ricordare che mi accompagna in questi luoghi, paesaggi dell’anima, in cui attorno a me vedo solo il vento, e all’orizzonte solo le nuvole.